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“A mia madre (ad occhi chiusi)” di Matteo Curcio

Recensione dell'Opera


Una pittura dell’animo, profonda, viscerale, intima, quasi spirituale. Un figurativo che penetra col tratto le carni fin quasi a restituire un’iperrealistica rappresentazione dell’immagine, dove solo le incidenze della luce e del colore riportano alle più inesplorate ed autentiche dimensioni dell’anima. È questa l’arte di Matteo Curcio artista calabrese continuamente in bilico  tra la ricerca del reale e dello spirituale, tra sacro e profano, che indaga con la maestria di pittore affascinato e catturato dalla lezione luministica caravaggesca.

Nelle sue opere ritroviamo una sorta di complementarità di luce ed ombra che si fa costruzione. La luce, studiata nelle sue fonti e nei suoi effetti soprattutto sui volti, scivola con tutta la carica simbolica del messaggio che l’artista vuole diffondere, mentre il chiaroscuro si rende intenso e vibrante, colpendo l’animo e la sensibilità dell’osservatore.

Emblematica in tal senso è l’opera “A mia madre (ad occhi chiusi)” dove il ritratto di una giovane donna riempie la tela in un contrasto deciso e penetrante di luce e ombra. Lo sguardo rivolto verso il basso, gli occhi chiusi, le labbra morbide quasi ad accennare un sorriso. Quello immortalato è un momento intimo, di riflessione e dialogo con se stessi, con la propria spiritualità, con il proprio mondo interiore. È l’ascolto dell’anima, sereno e rasserenante, lontano da schemi e sovrastrutture sociali. Ma è anche la celebrazione di un ricordo e di un sentimento che è universale, che resta imperituro nella memoria di ogni uomo. È il sentimento di amore filiale, qui reso ancora più profondo da colori che sommessamente prendono i tratti di una carezzevole malinconia e da un’atmosfera delicata, evanescente, intimamente lirica che riempie la composizione.

IFF