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“Alchimista” di Francesco Naccari

Recensione dell'Opera


Dal formale all’informale, dal figurativo all’astratto, la visione artistica di Francesco Naccari è sintesi compositiva esplicitata in una giustapposizione ed armonia della scelta cromatica che conduce e governa il flusso narrativo. Nelle sue opere, specie quelle dominate da un forte concettualismo ed astrattismo formale, la stesa del colore sembra susseguirsi come a creare moduli strutturali che costruiscono nuove dimensioni, trascendenti il reale e attenenti la sfera emotiva e sensoriale.

In Alchimista, questo linguaggio del colore diventa nuova sintassi per spiegare un concetto, enucleare una filosofia, raccontare una storia che sa di antico e di magia. L’alchimista era infatti colui che aveva la capacità di trasmutare metalli poco nobili in oro attraverso un complesso di pratiche, rientranti un tempo nel campo delle scienze esoteriche. La ricerca era la ricchezza, la longevità, l’immortalità. Ma l’alchimia è anche un percorso psicologico legato alla ricerca del sé e del senso della vita.

Tutta questa complessità di significati è colta nel turbinio di forme e colori che riempiono il dipinto. La pienezza delle tinte, i contrasti forti e netti, le forme dilatate e contratte, chiuse in contorni che sembrano ricordare un collage o delle vetrate, inducono a suggestioni e ad elaborazioni di immagini dalla dimensione onirica. In un’informalità della figura, l’alchimista appare scomposto e ricomposto nei colori; il volto sembra ricordare una maschera tribale; l’ampolla che ha in mano richiama il “miracolo” della trasmutazione, che pare allusivamente rappresentata nella simbologia delle connessioni neurali o della catena di reazioni chimiche, che compare a margine della composizione.

IFF