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“Arrogante superficialità” di Angelica Dainese

Recensione dell'Opera


Un’enigmatica, lirica bellezza pervade le opere di Angelica Dainese, artista della fotografia o  – come meglio lei si definisce – “creativa della fotografia”. I suoi scatti sono pure immagini senza tempo che sembrano restare sospese tra piani indistinti di sogno e realtà. Nelle sue composizioni c’è tutta la concreta fisicità dei corpi, della materia, del reale sorpresa in gesti, pose, rappresentazioni di onirica ispirazione e pittorica impostazione.

La sua è una poetica del verisimile che procede per allusioni, simboliche corrispondenze, metafore, che si confonde tra gli estri di suggestioni influenzate da spinte romantiche, surreali e pop, che si drammatizza nell’evocazione del tormento interiore dell’artista, di universale condivisione. Ed è quel senso d’inadeguatezza che a volte si prova dinanzi gli stereotipati canoni sociali a condurre spesso la narrativa delle opere della Dainese, creando trame ed intrecci lirici ed emotivi.

È il caso di “Arrogante superficialità” dove nella surreale realtà dell’immagine, i soggetti prendono emblematicamente posto nell’opera carichi di simboli che diventano metafora delle vacuità dell’apparenza e dei giudizi o pregiudizi. Quasi come una farsa dai toni grotteschi, enfatizzati dalle incidenze chiaroscurali della luce, la composizione vede al centro la figura di una donna con uno sguardo quasi altezzoso rivolto verso una bambola dalle fattezze anomale che tiene in mano appesa per un filo rosso. Con noncuranza versa, con l’altra mano, il contenuto di una brocca dentro un catino da toilette, mentre il pavimento si ricopre di petali di rose appassite, poste su un tavolino.

È la commedia (la stessa donna ricorda, nel volto truccato, le maschere della commedia dell’arte) della routine quotidiana che si compie ogni qual volta siamo costretti a lavar via il nostro vero essere per non essere  giudicati dagli altri.

È il dramma della sofferenza che si prova ogni giorno in questo gesto rituale, simbolicamente espressa nell’acqua color del sangue, e che si ripete come fosse un lutto quotidiano, ricordato da ogni petalo di rosa appassita che finisce a terra.

Ma è anche il teatro dell’assurdo retto dalla reciprocità delle apparenze e dall’inconsistenza delle vanità, che avviene  in un improvviso scambio dei ruoli e dei punti di vista. Così anche chi  sta dall’altro lato può vedere la “stranezza” di chi gli sta davanti, anche chi giudica può essere giudicato, appeso allo steso filo rosso della derisione e della pubblica vergogna.

IFF