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“Asino Arlecchino” di Salvatore Valente

Recensione dell'Opera


Uno sguardo sul mondo che è racconto, uno scatto fugace che è viaggio emotivo. Nelle fotografie di Salvatore Valente c’è tutta l’intensità di un approccio al reale che si nutre di emozioni, sensazioni vive e presenti che restituiscono frammenti di vita vissuta, quotidiana, conosciuta o ignota,  lontana o vicina, estranea o familiare. Attraverso uno scorcio, un paesaggio, uno sguardo, un semplice particolare catturato nella fermezza di un istante, Valente “scrive” una storia che è affascinante scoperta dell’altrui. Il piglio curioso con cui approccia ai suoi viaggi in giro per il mondo permette, nella vividezza del qui e ora di un’immagine, di accorciare le distanze, avvicinare le culture, allargare i confini dell’esperibile, conoscere le “varie umanità”.

Così il soggetto colto nell’opera “Asino Arlecchino” non è solo espressione di una visione esteticamente  suggestiva ma è testimonianza di un tratto antropologico e culturale estraneo alla dimensione dei nostri costrutti sociali. Nella potenza di un’immagine in cui gli elementi si giustappongono in una sorta di composizione dai rimandi di pittura surrealista, dove contrasti di luce, colori quasi innaturali, contenuti sembrano addentrare lo spettatore nei piani misterici della psiche e dell’inconscio, si svela la realtà forte e attuale di una consuetudine che marca una connotazione sociale. È quella che contraddistingue la città di Jaipur nell’India del Nord, dove è abitudine da parte dei proprietari di asini da mezzo di trasporto, colorarne il manto per attirare l’attenzione, che qui supera la dimensione del reale per incontrare anche i piani della fruizione estetica.

IFF