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“Ibiscus” di Gabriella Zedda

Recensione dell'Opera


Una carezzevole delicatezza pervade le opere di Gabriella Zedda, tanto da sospingere verso atmosfere velate di poesia sia che le composizioni si addentrino nell’oggettività del reale sia che virino verso piani più similmente onirici.

L’artista, di origini toscane ma sarda di appartenenza, sembra condurre la sua passione pittorica -incoraggiata tardi ma sentita da sempre – verso una sentita percezione delle fragilità e, allo stesso tempo, delle fierezze della vita. Difatti, non a caso, suoi soggetti privilegiati sono i fiori, bellezze del creato delicate e forti sul loro stelo, ed i visi degli ultracentenari sardi, rigati dai segni del tempo, del lavoro e della passione per la terra che è la loro vitalità.

E l’estatica armonia della natura contemplata nei fiori appare anche in “Ibiscus”, opera in cui campeggia interamente sulla tela il caratteristico fiore di Ibisco nel suo straordinario splendore e nei suoi ricercati colori. I fiori con quei bianchi striati di rosa ed il rosa sfumato nell’arancio emergono pieni di fascino e di luce da un fondo volutamente più scuro in cui sono i verdi delle foglie a fare da contrasto.

Il dipinto appare quasi come un elogio visivo della grazia della natura immortalata in un fiore dalla brevità del corso che porta pertanto con sé, attraverso la sua estrema eleganza  e leggerezza delle fronde, anche il significato simbolico di “bellezza delicata ma fugace”.

Un’immagine che ci riporta idealmente a quelle splendide donne hawaiane di Gauguin che amavano ornarsi con questi fiori e nelle quali l’artista ha ritrovato quello stato di grazia libera e primitiva, silente e rasserenante, di pace e speranza entro la quale la stessa Zedda, a modo suo, sembra volerci portare ad evadere.

IFF