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“Il farsi luogo di un corpo” di Antonio Buonfrate

Recensione dell'Opera


È un segno libero quello che percorre le tele di Antonio Buonfrate, un segno che descrive geometrie, s’insinua negli spazi, s’incunea in forme, insegue il colore e gioca con la luce.

Nelle sue opere l’artista si lascia trasportare negli infiniti scenari della pittura con un’innocenza quasi infantilistica e priva di sovrastrutture sociali. Si apre a visioni oniriche, quasi allucinatorie fatte di colori forti e decisi e forme essenziali, che si ripetono anche quando l’artista declina nel figurativo, dove le figure, come elementi modulari distinti, si compongono e s’incastrano disegnando studiate fisionomie.

Nella stessa opera “Il farsi luogo di un corpo” i soggetti galleggianti nella dimensione onirica di una notte stellata sono descritti come spogliati del superfluo per ridursi alle loro essenze. Sospesi sui bordi di un cordone che ne unisce le vite e che prende origine da una forma a spirale, fissano nella loro immagine momenti dell’esistenza umana spinti oltre i confini del reale, quasi a toccare lo spirituale, accennato nella figura dell’angelo che esce dalla stessa spirale.

È forse la rappresentazione dell’origine della vita che l’artista vuole raccontarci attraverso le trame  della sua pittura?

È come se descrivesse quella dimensione arcana del luogo in cui corpo ed anima si uniscono, concepita secondo un processo che sembra alludere alla duplicazione genetica, rappresentata dalla spirale. Nelle tante lucine che costellano l’oscurità dipinta è celebrata pertanto la vita come germe embrionale che in primo piano viene svelato nella sua genesi come se fosse passato sotto la visuale di una lente d’ingrandimento.

IFF