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“Il primo Ciak” di Giovà

Recensione dell'Opera


Tradizione e innovazione, uomo e natura, concettualismo e figurativismo, allegoria e verità. Dualità persistenti nell’arte di Giovà che concretizza il suo pensiero estetico nella rappresentazione plastica della materia scolpita, incisa, indagata a svelare il mistero assoluto della vita.

L’artista padulese rintraccia nella qualità pura, bianca, compatta della pietra locale una sorta di animismo religioso che lo addentra ad un’intima e personale interpretazione della storia umana – ma anche cristiana – che unisce il piano antropologico a quello etico. La materia diventa narrante, l’artista si fa voce. Ogni opera di Giovà è però descrizione allegorica, spesso ironica e dal valore dichiaratamente didattico, di un concetto apportatore di un messaggio che è vero e universale.

Anche l’iconografia giocosa dell’opera “Il primo Ciak” pone in sé i segni di un insegnamento. Nello spazio vuoto della cassa di un televisore, su un piano di pietra levigata e ricurva, si staglia una scultura in pietra e legno rammentante, nelle fattezze, l’immagine di un veicolo primitivo che affonda nei ricordi d’infanzia. Come trasportata indietro nel tempo, la mente ripercorre con tenerezza e nostalgia quelle sensazioni di bambino dinanzi alla tv assorto a fantasticare con i personaggi del cartoon dei Flintstones.

Ma al di fuori di quella installazione, sull’esterno della tv, vi è una bobina con una manopola. La tv diventa una cinepresa, la scultura un’interazione viva e concreta con lo spettatore che può mettere in movimento i suoi ricordi che scivolano come le ruote di quel veicolo, che non è fisso ma libero di scorrere sulla superficie curvilinea. I ricordi sono proiettati in avanti, verso il futuro, a sfondare la dimensione del tempo passato e ad aprire a nuovi orizzonti. È come se l’artista volesse ricordare allo spettatore che egli stesso è e sempre sarà motore e artefice della sua storia, fatta di emozioni del passato e concretezza del futuro.

IFF