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"Jasmine" di Cecilia Corso

Recensione dell'Opera


Gli occhi dell’anima, la bocca del cuore. Questa, la sensazione che evoca sin dal primo istante il quadro “Jasmine” dell’artista siciliana Cecilia Corso, artista interprete dello sguardo delle donne.

Nell’indistinto astratto di macchie di colore che riempiono la tela e che si compenetrano sfumandosi le une nelle altre, emergono tratti fortemente figurativi che sembrano richiamare prepotente il reale quale specchio al mondo di ciò che è più intimo e personale. Sono gli occhi chiari, illuminati di luce, persi nelle profondità dei ricordi, dei pensieri, delle emozioni riaffioranti nella memoria e le labbra grosse, carnose, appena sfiorate dalla luce, custodi di ciò che di più puro si spera poter preservare dall’esterno.

Questi caratteri risaltano nella loro immediata concretezza come a sfondare quella sorta di bidimensionalità della composizione, persistente ancora ed anche nell’accenno della mano, altro elemento reale che pare quasi segnare il passaggio tra l’astratto ed il figurativo dell’opera.  Ed è così che la figura della donna si spinge a rubare ogni primo piano. Una donna afro ritratta nei colori della sua terra e nelle fogge della sua cultura che, nelle purezza dei tratti rimarcati, riassume in sé l’essenza universale della donna, scevra da sovrastrutture sociali, stereotipi, diversità.