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“Luce sul Gran Sasso” di Gino Lozzi

Recensione dell'Opera


È una pittura della sintesi quella che domina le tele dell’artista abruzzese Gino Lozzi. Una pittura che riduce all’essenziale le forme del reale, tracciate nell’incompletezza costruttiva della pennellata che attraverso la complementarità di segno e colore privilegia il senso dell’immagine rispetto al dato sensibile.

Quello che l’artista vuol far emergere è il coinvolgimento dello spettatore dinanzi all’opera. Vuol muovere emozioni, comunicare la bellezza come valore assoluto ed universale, epurandolo dell’apparente ed elevandolo a concetto sublimante la realtà contingente. Così in opere come “Luce sul Gran Sasso”  il soggetto rappresentato diventa luogo dell’emozione suscitata dall’ambiente circostante sull’uomo in un determinato momento e contesto della vita.

L’opera infatti appartiene al ciclo “Paesaggi limitrofi” realizzato durante il periodo di lock down che ha visto ognuno confinato nelle propria abitazione, lontano da tutto ciò è quotidianamente e scontatamente attorno: gli affetti, i luoghi, le libertà.

In quelle pennellate di colore che si sovrappongono e si sfumano le une nelle altre, in quella sintesi delle forme, in quell’essenzialità cromatica e compositiva, in quel luminismo puro si ravvisa tutta l’esigenza dell’artista di comunicare il senso nuovo di quella visione, di quel paesaggio da sempre conosciuto eppure diverso, perché diverse sono le sensazioni che ne muovono la costruzione. Ciò che viene impresso sulla tela è ciò che rimane dell’immagine filtrata nel vissuto emotivo dell’artista. È la bellezza malinconica, fascinosa e suggestiva di luoghi che diventano in quel momento, per lui, emblematici “paesaggi della clausura, culturale, fisica e spirituale”.

IFF