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“Nessun Titolo” di Marco Wilme

Recensione dell'Opera


È il colore a dominare le tele di Marco Wilme. Un colore le cui tinte e le cui sfumature albergano nella gamma delle infinite combinazioni della percezione del reale.

Ogni aspetto della realtà assume forma di un pretesto per dare libero sfogo alle emozioni, che si traducono in un’arte astratta dove i colori si ammantano di levità e liricità. L’artista novarese li carica di forte espressività concedendo al gesto solo il compito di seguirne il corso, descriverne le linee, arginarne gli impeti.

Come spinte da un flusso libero, le suggestioni si attaccano sulla tela impastate nelle pennellate di colore generando forme che si aprono alle diverse sensibilità emotive e visive dello spettatore. Così non stupisce trovarsi dinanzi ad opere che riportano nel nome “Nessun Titolo”, come questa. È come se, intitolando un’opera, il piano espressivo risultasse quasi riduttivo per un artista come Wilme che non vuole raccontare il reale ma pungolare lo stato emotivo del fruitore allargando alle tante e diverse possibilità interpretative.

Se qui l’ispirazione arriva da un colorato tramonto in una sera di primavera, a suggerire quelle romantiche atmosfere sono esclusivamente i piani di colore che sembrano compenetrarsi l’uno nell’altro come trasportati da nuvole ora dense ora più rarefatte. I toni del blu si confondono col viola, i viola con i rosa ed i rosa con gli arancioni. In un gioco di luce, movimento e profondità sembra quasi di veder spuntare di lontano le luci opalescenti della luna mentre vicino ancora si scorgono gli ultimi timidi bagliori di sole. E l’immagine che si genera è subito evasione, fuga verso mondi lontani, pensieri vaganti, ricordi ed illusioni sognanti.

IFF