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“Ponte U-Bein” di Enzo Barone

Recensione dell'Opera


Luoghi esotici colti nelle dissonanze liriche di luce e ombra, culture lontane raccontate nella quotidianità di gesti e momenti, nudi femminili immortalati in pose plastiche, esteticamente fascinose… È l’arte di Enzo Barone, un’arte che condensa la propria essenza nel simbiotico rapporto col mondo e la realtà circostante vissuto nella profondità di un istante fissato per sempre nella qualità visiva dell’immagine.

Con la fotografia l’artista svela le velate verità di ciò che ha osservato, di ciò che ha provato, di ciò che ha conosciuto. Nei suoi scatti rubati in giro nei tanti viaggi alla scoperta di mondi e tradizioni diverse, restituisce quell’attraente sensazione di conoscenza dinanzi all’ignoto, all’altro  proposto nella semplicità di attimi di vita.

È quello che capita in “Ponte U-Bein”, un’istantanea che è un fermoimmagine pittorico dove sono le luci del sole a definire la composizione. Come in una studiata costruzione di geometrie e simmetrie, il lungo ponte della Birmania si stende e si eleva nell’esilità nera e irregolare delle palafitte a cui corrispondono le sagome scure degli uomini disposte come in una sorta di gioco di vuoti e pieni che definisce l’immagine in un fondo illuminato dai bagliori del sole. Nella potenza evocatrice della scena, l’artista racconta un passato che nel ponte è reminiscenza storica della sua origine legata alla possibile fuga sull’altra riva del lago in caso di aggressione inglese; narra le usanze di un popolo; la meraviglia di una passeggiata su scorci naturalistici; l’emozione di un istante che dura per sempre.

IFF