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“Ragazza Araba” di Sebastiano Fantozzi

Recensione dell'Opera


Da composizioni che ricordano influenze post impressionistiche alla Toulouse-Lautrec ad un uso del colore d’impronta espressionistica fino ad arrivare ad un informale materico ed astratto d’ispirazione fontaniana, la parabola artistica di Sebastiano Fantozzi è tutta studio, sperimentazione e ricerca di una propria libera e personale visione estetico-creativa dell’arte.

Una visione che confluisce in un lavoro esigentemente più complesso dal punto di vista concettuale e tecnico fatto di tagli, estroflessioni, incastri, colori che avanzano dal buio degli squarci tanto nelle tela quanto nella materia, fusioni geometriche, astratte e figurative, materiali diversi che si aggregano e convivono nella stessa composizione.

Un percorso d’arte che attraversa scultura, pittura ed arriva a trovare ancora più compiuta completezza nelle creazioni più evolute dei quadri-scultura, dove la bidimensionalità del colore si fa spazio tra la tridimensionalità della materia diventando tutt’uno.

La “Ragazza Araba” è un esempio. L’opera  si realizza nel contrasto di pieni e vuoti, di rientranze e sporgenze, di buio e luce che creano effetti prospettici che caricano d’intensità narrativa l’immagine. Tra le trame e le righe ossessivamente ripetitive dell’impianto compositivo emerge infatti una silhouette facilmente riconducibile ad una donna araba, per gli attributi simbolici ricostruiti sul volto e sulla testa, rappresentanti il burqa e la moschea di Omar. Il corpo della fanciulla è nudo, nascosto solo dall’ombra delle barre che la segregano come una prigione e dalle sue stesse mani giunte a celare l’intimità.

Con questa iconografia rappresentata, l’artista racconta la triste storia che si ripete da sempre e di cui egli stesso è stato testimone quando lavorava a Riyad in Arabia Saudita, delle sorti infelici delle bambine il cui destino è legato ad un’insana e inaccettabile compravendita di cui sono vittime in famiglia. Così la schiavitù della ripetizione delle barre nella composizione diventa metafora della schiavitù di bimbe mai nate libere.

IFF